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  • Gusti di gelato tipici toscani: rinfrescarsi a inizio estate con arte e tradizione

    Gusti di gelato tipici toscani: rinfrescarsi a inizio estate con arte e tradizione

    Giugno in Toscana. Il sole è alto, le giornate sono lunghe e il termometro inizia a salire. C’è un solo rimedio, universalmente riconosciuto, per affrontare i primi veri caldi: un bel gelato artigianale. Ma non uno qualunque. Non quello dai colori fluorescenti che si scioglie in modo sospetto. Stiamo parlando del gelato che è storia, arte e territorio.

    Sapevate che il gelato come lo conosciamo oggi è nato proprio qui, in Toscana? A Firenze, per la precisione, grazie a un genio del Rinascimento. E ancora oggi, passeggiando per le città e i borghi della regione, si possono scoprire gusti unici che raccontano secoli di tradizione.

    Ecco una guida per orientarsi tra i gusti tipici toscani, riconoscere un buon gelato artigianale e, soprattutto, evitare le trappole per turisti.

    🍦 La storia: quando il gelato era (già) geniale

    Tutto iniziò nel Cinquecento, alla corte dei Medici. Bernardo Buontalenti, artista, architetto e scenografo fiorentino, era incaricato di organizzare le feste di corte per impressionare gli ospiti illustri . E impressionò eccome quando, in occasione di un banchetto, servì una crema fredda a base di latte, miele, tuorlo d’uovo, un tocco di vino e aromi di bergamotto, limoni e arance .

    Quella crema, che oggi chiamiamo Crema Buontalenti o “Crema Fiorentina”, è considerata il primo gelato della storia . E ancora oggi, a distanza di 500 anni, è uno dei gusti più amati e riconoscibili della tradizione gelatiera toscana. Se lo vedete nel banco, sappiate che state assaggiando un pezzo di storia .

    🏆 I gusti tipici toscani che devi provare

    1. Crema Buontalenti (o Crema Fiorentina)

    Il gusto simbolo della Toscana. Una crema densa e vellutata, dal colore avorio, con sentori di vaniglia e agrumi. Non è la solita crema al latte: è più ricca, più elegante. La ricetta originale prevedeva anche un tocco di vino e scorze di agrumi canditi. Oggi ogni gelateria ne dà la sua interpretazione, ma la sostanza è sempre quella: un capolavoro di equilibrio.

    2. Crema di Santa Fina (San Gimignano)

    Se andate a San Gimignano, non potete non fermarti da Gelateria Dondoli in Piazza della Cisterna . Il loro gusto più celebre è la Crema di Santa Fina, uno dei pochi gelati al mondo ad avere una Denominazione Comunale di Origine . È una crema allo zafferano di San Gimignano DOP e pinoli . Il risultato? Un gelato dal colore caldo e dal sapore avvolgente, che sa di terra, di sole e di tradizione .

    3. Gelato allo Zafferano

    Lo zafferano di San Gimignano è un’eccellenza toscana riconosciuta DOP, e viene utilizzato non solo nei primi piatti ma anche nei dolci e, appunto, nel gelato . Ha un sapore erbaceo, leggermente amarognolo, che si sposa perfettamente con la dolcezza del latte e dello zucchero. Un gusto coraggioso, ma che conquista.

    4. Gelato al Rosmarino

    Sembra strano, ma è uno dei gusti più sorprendenti della nuova generazione di gelatieri toscani. A Grosseto, la gelateria L’Edicola propone un gelato al rosmarino che è una vera rivelazione . Le erbe aromatiche, in Toscana, sono di casa, e in versione gelato regalano una freschezza inaspettata e una nota quasi salina che esalta il palato.

    5. Sorbetto all’Annona

    Un frutto esotico dalla buccia bitorzoluta? Sì, ma coltivato in Calabria e portato in Toscana da un gelatiere geniale. Gianfrancesco Cutelli della gelateria De’ Coltelli a Pisa ha fatto del sorbetto all’annona uno dei suoi cavalli di battaglia . Il sapore? Un mix di pera e ananas, con una consistenza cremosa che non ti aspetti. Da provare assolutamente .

    6. Gelato al Riso Venere

    Ancora a Firenze, la Cantina del Gelato propone un gusto sorprendente: il gelato al riso Venere . Un cereale antico dal colore nero violaceo, che in versione gelato diventa una crema delicata, con note tostate e un retrogusto che ricorda il riso soffiato. Naturale, buonissimo e anche bello da vedere.

    7. Gelato all’Olio Extravergine di Oliva

    Sì, avete letto bene. Vetulio Bondi, maestro gelatiere fiorentino dei Gelati del Bondi, è famoso per il suo gelato all’olio extravergine d’oliva . Sembra un paradosso, e invece è geniale: il sapore fruttato e leggermente piccante dell’olio si sposa con la dolcezza del latte creando un equilibrio perfetto. Un gusto che non dimenticherete facilmente .

    8. Crema Maremmana

    Dalla Maremma arriva un gusto che profuma di Mediterraneo. La Crema Maremmana della gelateria L’Edicola a Grosseto è a base di scorza di limone, arancio e liquore Strega . Agrumata, profumata, leggermente alcolica. Il gelato ideale per un dopocena estivo.

    9. Cheesecake alla Lavanda con Pesche

    Un altro gusto audace della gelateria toscana contemporanea. Il Gelataio Filippo a Cecina ha creato un gelato al cheesecake alla lavanda con pesche . La lavanda dona una nota floreale e rilassante, le pesche la freschezza fruttata. Un equilibrio perfetto tra audacia e tradizione.

    10. Gelato alla Ricotta Speziata con Fichi

    Sempre da Il Gelataio Filippo a Cecina, ecco un gusto che sa di campagna e di tradizione: ricotta speziata con cannella, zenzero e scorza d’arancia, variegata con fichi . È un gelato denso, quasi strutturato, che si mangia come un dolce al cucchiaio.

    ⚠️ Come riconoscere un buon gelato artigianale (ed evitare le trappole)

    Il gelato artigianale è una delle eccellenze italiane, ma purtroppo non tutte le gelaterie che espongono il cartello “artigianale” lo sono davvero. Ecco alcuni trucchi per non cadere nelle trappole per turisti.

    Cosa guardare

    CaratteristicaBuon gelato artigianaleTrappola per turisti
    ColoreTenue, naturale (il pistacchio è marrone, non verde fluo; il limone è bianco, non giallo acceso)Colori fluorescenti, innaturalmente brillanti
    ConsistenzaMorbido, elastico, si scioglie gradualmenteTroppo duro (troppa aria) o troppo liquido (troppi addensanti)
    BancoPiani lisci, gelato a filo o leggermente rialzato (significa che viene lavorato continuamente)Banco a cumuli montagnosi (segno di conservazione prolungata)
    IngredientiEsposti chiaramente, possibilmente con origine delle materie primeNon ci sono informazioni o si parla solo di “gusti” generici

    Domande da fare al gelataio

    • “Quali gusti sono stagionali?” Un buon gelatiere ha gusti che cambiano con la frutta di stagione. Se a giugno trovate ancora gusti autunnali come fico o castagna… diffidate.
    • “Da dove vengono le vostre materie prime?” Se vi sanno rispondere con precisione (es. “i pistacchi sono di Bronte”, “le nocciole delle Langhe”), siete in buone mani.
    • “Il vostro gelato alla frutta è con frutta fresca?” La risposta dovrebbe essere sì, e il colore del sorbetto non dovrebbe essere acceso.

    I segnali d’allarme

    • La gelateria è proprio davanti al monumento più famoso della città (duomo, torre, piazza principale) e ha code organizzate da steward.
    • I gusti sono tutti perfettamente livellati a montagnetta, con decorazioni di panna e salsa già pronte.
    • Il prezzo è sospettosamente basso (1,50€ per 3 gusti in centro a Firenze? No.)
    • Il banco non mostra i gelati ma solo dei cartellini con i nomi (spesso coprono prodotti industriali).

    📍 Dove andare: le migliori gelaterie artigianali in Toscana

    Secondo la prestigiosa guida Gelaterie d’Italia del Gambero Rosso (edizione 2025), i massimi riconoscimenti (i “Tre Coni”) vanno a quattro gelaterie toscane :

    GelateriaCittàPerché andarci
    I Gelati del BondiFirenzeIl gelato all’olio extravergine e la riscoperta dello zuccotto fiorentino “L’elmo di Caterina”. Un’istituzione 
    Gelateria della PasseraFirenze (Oltrarno)Ingredienti freschi, km zero, gusti come “Messer Brunelleschi” e “Monnalisa”. L’indirizzo dell’Oltrarno 
    De’ ColtelliPisaSorbetto all’annona, gelato al finocchietto selvatico, filiera corta e qualità certificata 
    Gelateria DondoliSan GimignanoCrema di Santa Fina, sorbetto alla Vernaccia, Curva Fiesole. La regina delle “gelaterie creative” 

    Altre gelaterie eccellenti segnalate

    • Chiccheria – Grosseto (Tre Coni nel 2024, segnalata anche nel 2025) 
    • L’Edicola – Grosseto (gusti originali: rosmarino, crema maremmana) 
    • Il Gelataio Filippo – Cecina (ricotta speziata con fichi, cheesecake alla lavanda con pesche) 
    • Cantina del Gelato – Firenze (gelato al riso venere, Acai Bowl) 
    • Cremeria Cecconi – Arezzo (La Vita è Bella, Umami) 
    • Gelateria Naturale – Volterra (cioccolato dalla fava di cacao) 

    🍽️ Come gustare il gelato: un piccolo rituale

    • Cono o coppetta? Cono per passeggiare (ma attenzione alle gocce!), coppetta per assaporare con calma e magari usare il cucchiaino.
    • Quantità? Meglio due gusti ben bilanciati che tre che si confondono. Un gusto crema (es. Buontalenti) e un gusto frutta o erbaceo (es. rosmarino o zafferano) è l’abbinamento perfetto.
    • Orario? Il momento migliore è il pomeriggio, quando il sole picchia, o la sera dopo cena. La mattina il gelato è appena stato preparato ed è al massimo della freschezza.
    • Dove mangiarlo? Lontano dalla gelateria, possibilmente seduti su una panchina con vista. Se la gelateria ha tavolini all’ombra e non vi chiede un sovrapprezzo, è un plus.

    🍦 Gusti classici vs gusti creativi: la scelta di giugno

    Come spiega Roberto Vannozzi, storico gelatiere della passeggiata di Viareggio, i gusti intramontabili restano crema, cioccolato, bacio e pistacchio . Ma con l’arrivo dell’estate, il gelato alla frutta diventa protagonista, scelto dalle mamme per i bambini e da chi cerca qualcosa di più leggero e rinfrescante .

    La mia raccomandazione: in una buona gelateria artigianale, prendete un gusto classico (per testare la qualità della materia prima) e uno creativo (per scoprire qualcosa di nuovo). Se la crema è buona e il pistacchio non è verde fluorescente, allora potete fidarvi per tutto il resto.

    📝 In sintesi: 5 consigli per un gelato perfetto in Toscana

    1. Cercate la fila dei locali. Non quella dei turisti davanti al duomo, ma quella dei genitori con bambini e ragazzi del posto. Quella è la gelateria buona.
    2. Osservate il banco. Se il gelato è “a filo” (cioè arriva fino al bordo del banco senza traboccare), significa che viene lavorato spesso. Se è ammucchiato a montagnetta, state alla larga.
    3. Sperate nei colori tenui. Il gelato artigianale vero non è mai fluorescente. Il limone è bianco (perché la polpa è bianca), il pistacchio è marrone, la menta è bianca (perché si usa l’infuso, non il colorante).
    4. Chiedete il gusto del momento. I gelatieri che usano frutta fresca di stagione cambiano spesso i gusti. Se a giugno chiedete “qual è la novità?” e vi rispondono con un frutto invernale… cambiate gelateria.
    5. Non abbiate paura dell’audace. Un gelato al rosmarino, allo zafferano o all’olio d’oliva non vi morderà. È il modo migliore per scoprire che la Toscana non finisce mai di stupire.

    La Toscana a giugno è calda, ma anche dolce, cremosa, sorprendente. È un gelato che si scioglie lentamente sulle labbra mentre guardate il Duomo di Firenze, la Torre di Pisa o le colline del Chianti. Basta sapere dove cercarlo.

    E voi, che gusto proverete per primo?

  • Cosa si mangia a giugno in Toscana? Il cibo dell’estate che inizia

    Cosa si mangia a giugno in Toscana? Il cibo dell’estate che inizia

    Giugno in Toscana è un mese di transizione dolcissima. Le giornate si allungano, il sole scalda senza ancora bruciare, e la cucina cambia passo. Abbandoniamo i piatti caldi e confortanti dell’inverno per abbracciare la freschezza degli orti, la generosità dei primi raccolti e la voglia di stare all’aria aperta.

    Se vi state chiedendo cosa troverete nei menu e nelle sagre di questo mese, ecco una guida ai sapori autentici dell’estate che comincia.


    🥗 Panzanella: il piatto simbolo dell’estate toscana

    Se c’è un piatto che grida “estate in Toscana” più di ogni altro, è la panzanella. Questa insalata di pane raffermo è l’esempio perfetto della cucina povera trasformata in eccellenza: con pochi ingredienti semplici si ottiene un piatto fresco, saporito e perfetto per i primi caldi .

    Di cosa si compone?

    La ricetta tradizionale prevede pochi ma fondamentali ingredienti :

    • Pane toscano raffermo (quello senza sale, che sa assorbire i condimenti senza diventare pesante)
    • Pomodori maturi (possibilmente “cuore di bue” o insalatari)
    • Cipolla rossa (tradizionalmente di Tropea o di Certaldo)
    • Cetriolo (tipico della versione fiorentina) o sedano (più usato a Siena) 
    • Basilico fresco
    • Olio extravergine di oliva e aceto di vino bianco

    Come si prepara

    Il pane va prima inumidito con acqua e un goccio di aceto, poi strizzato e sbriciolato grossolanamente . A questo punto si uniscono le verdure tagliate a pezzi, il basilico spezzettato a mano, e si condisce con olio, sale e pepe . Il segreto? Lasciare riposare la panzanella in frigorifero per almeno mezz’ora prima di servirla, così i sapori si amalgamano alla perfezione.


    🌿 Acqua Cotta: la zuppa povera che profuma di primavera

    L’acqua cotta sembra un ossimoro, ma è una delle zuppe più antiche e saporite della tradizione contadina toscana. Originaria della Maremma e della zona di Arezzo, è un piatto che nasce dalla necessità di sfamare chi aveva poco, utilizzando le erbe spontanee raccolte nei campi .

    Di cosa si compone?

    La ricetta è volutamente flessibile, perché cambia a seconda di cosa offriva la stagione :

    • Patate (la base che dà consistenza)
    • Cipolle e aglio
    • Pomodori
    • Verdure di stagione (cicoria selvatica, catalogna, bietole, asparagi selvatici, borragine, cardo mariano)
    • Menta selvatica (chiamata “nepitella”)
    • Uova (uno a persona, che la trasformano in piatto unico)
    • Ricotta o formaggio fresco
    • Pecorino toscano (per spolverare)

    Come si prepara

    Si mettono tutte le verdure in una pentola con acqua fredda e si lasciano sobbollire per circa 30 minuti, fino a quando l’acqua si è quasi del tutto asciugata . A fine cottura si aggiungono la ricotta a pezzetti e si rompono le uova direttamente nella zuppa, lasciandole cuocere in camicia. Il tutto va servito su fette di pane toscano raffermo abbrustolito e irrorato con un filo di olio a crudo .

    Una curiosità: l’acqua cotta tradizionale non vuole il pecorino grattugiato sopra, ma ogni famiglia ha la sua variante.


    🧀 Baccelli e Pecorino: l’antipasto più semplice (e più buono)

    “Baccelli” è il nome toscano delle fave fresche . E in giugno, quando i baccelli sono teneri e dolci, non c’è antipasto più amato e più semplice.

    Come si mangia?

    Si servono fave fresche sgusciate accompagnate da fette di Pecorino Toscano (possibilmente fresco o semistagionato). Ogni boccone è un’esplosione di contrasti: la dolcezza erbacea della fava e il sapore deciso e leggermente salino del pecorino .

    Volete provare qualcosa di più elaborato? Con i baccelli si può preparare anche una crema da usare come condimento per la pasta: si scottano i baccelli, si frullano con mandorle tostate, aglio e menta, e si manteca con pecorino grattugiato . Un primo piatto vegetale e sorprendente.


    🐟 Il Cacciucco (versione estiva)

    Tutti conoscono il cacciucco alla livornese, la zuppa di pesce che è un monumento della cucina toscana. Ma sapevate che ne esiste anche una versione vegetale, perfetta per l’estate?

    Il termine “cacciucco” in Toscana significa semplicemente “miscuglio” . E la versione di terra si prepara con fagioli cannellini, pomodoro e verdure di stagione. Un piatto rustico, saporitissimo e leggero, ideale per chi cerca un pasto sostanzioso ma non pesante .


    🐟 Il Tonno del Chianti (la sorpresa di giugno)

    Forse non lo sapete, ma esiste una specialità toscana chiamata “Tonno del Chianti” che di tonno non ha nulla. Si tratta di una preparazione a base di maiale (solitamente filetto o lonza) conservato sott’olio con spezie e aromi, che per consistenza e sapore ricorda appunto il tonno sott’olio.

    A giugno questo piatto torna protagonista: diversi ristoranti toscani lo propongono in abbinamento con fagioli zolfini (una varietà pregiata di fagioli toscani) o con fagioli di Bigliolo .


    🍚 Il Riso della Maremma: un tesoro da riscoprire

    Pochi sanno che la Maremma toscana ha un’antica tradizione di coltivazione del riso. Varietà autoctone, coltivate con metodi tradizionali, che stanno tornando in auge grazie a progetti di recupero della biodiversità.

    A giugno, alcuni ristoranti toscani mettono in carta dolci a base di questo riso (come budini e frittelle) o risotti che esaltano le note erbacee e leggermente tostate di questo cereale dimenticato .


    🥗 Le verdure di giugno: asparagi, zucchine bianche e cavolo nero

    Giugno è il mese delle verdure, e in Toscana si trovano alcune varietà autoctone imperdibili:

    • L’asparago toscano (spesso selvatico o semiselvatico) ha un sapore più deciso e amarognolo rispetto agli asparagi tradizionali. Viene spadellato con olio e aglio e servito come contorno o su crostoni di pane .
    • La zucchina bianca fiorentina è una varietà antica, più dolce e meno acquosa delle zucchine classiche. A giugno si trova alla brace, marinata o in insalata .
    • Il cavolo nero riccio non è solo invernale: i germogli più teneri si raccolgono anche in tarda primavera, e si usano per creme, risotti e crostoni .

    🍏 La frutta di giugno: oltre le ciliegie

    Non solo ciliegie, anche se sono loro le regine indiscusse di giugno. Questo mese offre anche:

    • Pera coscia aretina (una varietà antica dalla polpa burrosa)
    • Pesche e albicocche (le prime delle stagione, ancora piccole ma profumatissime)
    • Fragole (quelle di terreni collinari, più piccole e saporite di quelle di pianura)

    Questi frutti vengono utilizzati sia al naturale (come dessert dopo pasto) sia in crostate, semifreddi e gelati artigianali.


    🍷 L’abbinamento perfetto: i vini di giugno

    Con questi piatti freschi e vegetali, i vini toscani di giugno sono quelli bianchi, leggeri e profumati:

    • Vernaccia di San Gimignano (secco, con note di mela e mandorla)
    • Bianco di Pitigliano (fresco e sapido, perfetto con le verdure)
    • Vermentino della Costa Toscana (agrumato, ideale con la panzanella)
    • Per i più audaci: un Chiaretto (rosato toscano) con i baccelli e pecorino

    📌 I piatti da provare assolutamente a giugno in Toscana

    PiattoDove si trovaPerché provarlo
    PanzanellaIn tutta la ToscanaIl piatto simbolo dell’estate
    Baccelli e pecorinoAntipasto tipico in tutta la regioneSemplicità e gusto autentico
    Acqua cottaMaremma e provincia di ArezzoUn tuffo nella cucina contadina di una volta
    Tonno del ChiantiRistoranti del Chianti e di FirenzeLa sorpresa carnivora dell’estate
    Riso della MaremmaRistoranti della costa livornese e grossetanaUn tesoro da riscoprire

    Giugno in Toscana sa di pane, pomodoro e basilico. Sa di fave appena sgusciate e pecorino fresco. Sa di pranzi all’ombra di un olivo e cene nei cortili dei borghi.

    È il mese in cui la cucina si fa leggera, colorata e generosa, proprio come la stagione che sta iniziando. E se siete in Toscana in questo periodo, il consiglio è uno solo: lasciatevi guidare dagli orti e dalle tradizioni. Troverete sapori che non dimenticherete.

    Buona estate e… buon appetito! 🍷

  • La Ciliegia di Lari IGP: il gioiello rosso delle Colline Pisane che torna a splendere a fine maggio

    La Ciliegia di Lari IGP: il gioiello rosso delle Colline Pisane che torna a splendere a fine maggio

    C’è un momento dell’anno, tra la fine di maggio e i primi giorni di giugno, in cui un piccolo borgo medievale delle Colline Pisane si tinge di rosso. È la stagione della Ciliegia di Lari, un frutto così speciale da aver ottenuto il riconoscimento IGP (Indicazione Geografica Protetta) dall’Unione Europea, che la rende ufficialmente una delle eccellenze agroalimentari della Toscana.

    Se siete amanti dei frutti di stagione, dei sapori autentici o semplicemente cercate una scusa per una gita fuori porta, segnatevi queste date: da fine maggio a inizio giugno il borgo di Lari si anima per la 68ª Sagra della Ciliegia IGP, un evento che da quasi settant’anni celebra questo piccolo grande tesoro.

    🍒 Un frutto antico, oggi tutelato dalla IGP

    La coltivazione delle ciliegie sulle Colline Pisane è una tradizione secolare. Alcuni documenti ne attestano la presenza fin dal Cinquecento, e nei secoli la fama di questi frutti ha varcato i confini locali, raggiungendo i mercati delle città vicine già a partire dal Settecento.

    Oggi la produzione si concentra per circa 60-65 ettari tra Lari e Casciana Terme, con una resa media annua stimata intorno ai 200-250 quintali. A coltivare questo tesoro ci sono otto aziende agricole che possono fregiarsi del marchio IGP, un riconoscimento che certifica non solo l’origine geografica, ma anche la qualità e le caratteristiche uniche del prodotto.

    Le varietà: un patrimonio di biodiversità

    Ciò che rende speciale la ciliegia di Lari è la straordinaria varietà di cultivar autoctone ancora oggi coltivate. Mentre la Sagra ne presenta 14 varietà diverse, in tutto il territorio se ne contano addirittura 19, alcune delle quali rischiano l’estinzione e sono conservate grazie al lavoro degli agricoltori locali e della Banca del Germoplasma della Regione Toscana.

    Tra le più celebri troviamo:

    • Marchiana: la varietà più antica e tradizionale
    • Morella: perfetta per la trasformazione in confetture
    • Napoleone, Giorgia e Bigarreau: tra le più apprezzate per il consumo fresco

    Ogni varietà ha il suo momento di maturazione, ma è a fine maggio che il raccolto entra nel vivo, regalando i frutti più dolci e profumati.

    💪 Proprietà benefiche: dolci e salutari

    Le ciliegie di Lari non sono solo buone: fanno anche bene. Ricchissime di flavonoidi e antociani, potenti antiossidanti che contrastano l’invecchiamento cellulare, questi frutti sono un vero elisir di giovinezza.

    Ma non finisce qui:

    • Hanno un effetto antinfiammatorio naturale, paragonabile a quello dell’aspirina ma senza controindicazioni
    • Sono tra i frutti con meno calorie, ideali per uno snack leggero
    • Contengono melatonina, l’ormone che favorisce il sonno
    • Sono ricchi di vitamina A, C, del gruppo B e sali minerali come ferro, calcio, magnesio e potassio

    🎉 La Sagra della Ciliegia: un borgo in festa

    Se volete assaggiare le ciliegie di Lari nel momento migliore, non potete perdere la Sagra, giunta alla 68ª edizione. L’appuntamento è per due weekend consecutivi: il 30 e 31 maggio e poi dal 1° al 2 giugno, per chiudere il fine settimana successivo dal 6 al 7 giugno 2026.

    Cosa vi aspetta

    Il borgo medievale di Lari si trasforma in un palcoscenico di sapori e colori. Le piazze si riempiono di stand dove i produttori locali offrono in vendita le loro ciliegie in cassette e cesti, appena raccolte.

    Oltre al mercato del frutto fresco, troverete:

    • Specialità a base di ciliegia: crostate, confetture artigianali, gelati, liquori e dolci tipici
    • Prodotti enogastronomici locali: stand con i sapori autentici della Toscana
    • Il “Gran Galà della Ciliegia d’Oro”: la competizione che premia il produttore che ha ottenuto il frutto con le migliori qualità organolettiche

    Non solo ciliegie

    La Sagra è anche un’occasione per scoprire il territorio. Il suggestivo Castello dei Vicari, che domina la valle dall’alto del borgo, è aperto alle visite. E lungo le stradine lastricate, spettacoli musicali, balli folkloristici e laboratori per bambini animano le giornate di festa.

    🗺️ Come arrivare e informazioni utili

    Dove: Lari, frazione del comune di Casciana Terme Lari (provincia di Pisa), in Toscana

    Date 2026: 30-31 maggio, 1-2 giugno, 6-7 giugno

    Come arrivare: Lari si trova sulle Colline Pisane, a circa 30 km da Pisa e 60 km da Firenze. Si consiglia l’auto: dall’autostrada A11 (Firenze-Mare) uscita “Altopascio” o dalla FI-PI-LI. Parcheggi nelle vicinanze del centro storico.

    Consiglio: Le ciliegie di Lari sono prodotte in quantità limitate e vengono commercializzate principalmente nei mercati locali toscani. Per assicurarvi l’acquisto di un prodotto autentico, la Sagra è il posto migliore: comprerete direttamente dai produttori, a chilometri zero, con la garanzia della provenienza.

    ✨ Perché non perdere l’appuntamento con le ciliegie di Lari

    A fine maggio, la natura toscana è al suo massimo splendore: le colline sono verdi, i campi di grano ondeggiano al vento e l’aria profuma di estate che arriva. In questo scenario da cartolina, il rosso brillante delle ciliegie di Lari sembra ancora più intenso.

    Che siate appassionati di frutta, curiosi di tradizioni antiche o semplicemente in cerca di un’esperienza autentica, la Sagra della Ciliegia IGP è l’occasione perfetta per unire il piacere del gusto alla scoperta di un borgo medievale ricco di storia. Segnatevi le date e preparatevi a innamorarvi del frutto più dolce della Toscana.

  • Erbe spontanee in Toscana a maggio: un tesoro nei campi (e in cucina)

    Erbe spontanee in Toscana a maggio: un tesoro nei campi (e in cucina)

    C’è una Toscana che non si vede nei calendari illustrati. Non è quella dei cipressi e delle colline modellate dall’uomo, ma quella dei margini, dei fossi, delle strade bianche dove la natura fa ciò che vuole. È qui, in questi angoli dimenticati, che a maggio cresce un tesoro silenzioso: le erbe spontanee.

    I nostri nonni lo sapevano bene. In una cucina povera ma ricca di ingegno, le “erbacce” non erano solo un ripiego: erano la primavera nel piatto. Oggi riscoprire questo patrimonio significa tornare a camminare con lo sguardo basso, imparare i nomi antichi e portare in tavola sapori che il supermercato non potrà mai darvi.

    Ecco una guida per riconoscerle, raccoglierle (con rispetto e consapevolezza) e cucinarle come si faceva una volta.

    📖 Cosa sono (e cosa non sono) le erbe spontanee

    Attenzione: non tutte le erbe che crescono spontaneamente sono commestibili. Anzi, alcune sono velenose. La tradizione toscana ha selezionato nei secoli una rosa di specie sicure, riconoscibili e, soprattutto, buone.

    Tra le più comuni che potrete trovare a maggio nei prati e nei boschi della Toscana ci sono:

    • Borraggine (Borago officinalis) – Foglie ovali, ruvide e pelose, fiori azzurri a stella. Ha un sapore delicato che ricorda il cetriolo. Cresce ai bordi delle strade e nei campi incolti .
    • Ortica (Urtica dioica) – Attenzione a raccoglierla con i guanti! Una volta cotta perde il potere urticante e diventa una verdura gustosa, ricca di ferro .
    • Tarassaco (dente di leone) – Le foglie dentellate sono perfette in insalata (se raccolte giovani) o cotte. Il suo leggero amarognolo è apprezzatissimo .
    • Aglio selvatico o “aglio delle vigne” – Non è vero aglio, assomiglia più a un cipollotto selvatico. Perfetto per soffritti e risotti .
    • Cardo mariano – Foglie grandi e maculate di bianco, con spine lungo i bordi. Un po’ di pazienza per pulirlo, ma il sapore ripaga .
    • Crescione, pimpinella, silene, acetosa – Classiche erbe da insalata o da torta salata, dal sapore fresco e leggermente acidulo .

    ⚠️ Regola d’oro: Se non siete sicuri al 100% di ciò che state raccogliendo, non mangiatelo. Portate il vostro raccolto a un erborista o a un ispettore micologico (alcuni controllano anche le piante) oppure affidatevi a guide esperte.

    🧺 Come e dove raccogliere (con regole e rispetto)

    Maggio è il mese ideale: le erbe sono giovani, tenere e piene di principi attivi. Ma attenzione a dove mettete piede.

    Dove cercare

    • Prati e campi incolti lontani da strade trafficate
    • Margini dei boschi e radure
    • Argini di fiumi e canali (lontano da scarichi)

    Dove non cercare

    • Vicino a strade ad alto scorrimento (gas di scarico)
    • Campi coltivati con pesticidi o concimi chimici
    • Aree industriali o discariche

    Cosa serve

    • Un cestino di vimini (come per i funghi: permette alle erbe di “respirare”)
    • Forbici o un coltellino per tagliare le foglie senza strappare la pianta
    • Guanti (soprattutto per ortiche e cardi)
    • Un sacchetto di carta per semi o fiori che volete conservare

    Regole non scritte (ma importanti)

    1. Raccogliete solo ciò che vi serve – Non depredate una pianta intera, prendete qualche foglia qua e là.
    2. Lasciate le radici – La pianta deve poter ricrescere.
    3. Non raccogliete specie protette – Informatevi sul territorio in cui vi trovate.
    4. Chiedete permesso se siete in area privata o parco naturale.

    🍽️ Come si mangiano: dalla tradizione alla tavola

    In Toscana, le erbe spontanee non sono mai state un contorno qualsiasi. Erano il piatto forte, il ripieno delle torte, il condimento della pasta, il “riempitivo” nobile che sfamava intere famiglie. Oggi possiamo riscoprirle con lo stesso spirito, e magari con un tocco in più di creatività.

    Ecco tre ricette tradizionali toscane (più un paio di idee moderne) per portare in tavola la primavera.

    🥧 1. La Torta d’Erbi (o Torta d’Erbe) – la regina della Lunigiana

    Questo è forse il piatto simbolo delle erbe spontanee in Toscana. Originaria della Lunigiana (tra Massa e Carrara), la Torta d’Erbi è una torta salata povera e ricchissima allo stesso tempo: povera negli ingredienti (farina, acqua, erbe), ricca nei sapori .

    Non esiste una ricetta unica: ogni famiglia, ogni paese, ogni stagione ha la sua versione . L’unica costante sono le erbe di campo, raccolte a mano e lessate. Il risultato è un concentrato di sapore che sa di terra, di sole e di memoria.

    Ingredienti per la pasta:

    • 250 g di farina 00 (o farina di forza)
    • Acqua tiepida q.b.
    • 2 cucchiai di olio extravergine d’oliva
    • Un pizzico di sale

    Ingredienti per il ripieno:

    • 300-400 g di erbe spontanee miste (borragine, ortica, tarassaco, bietola selvatica, cardo) 
    • 2 uova
    • 100 g di ricotta (o parmigiano grattugiato, o entrambi) 
    • Sale, pepe, noce moscata
    • Olio extravergine d’oliva

    Procedimento:

    1. Preparate la pasta: Impastate farina, olio, sale e acqua fino a ottenere un composto liscio ed elastico. Lasciate riposare per 30 minuti coperto da un canovaccio.
    2. Preparate le erbe: Lessate le erbe in acqua bollente salata per 5-10 minuti (a seconda della durezza). Scolatele, strizzatele molto bene (dovete togliere tutta l’acqua in eccesso), quindi tritatele al coltello o con un mixer a impulsi .
    3. Preparate il ripieno: In una ciotola, mescolate le erbe tritate con le uova, la ricotta, il formaggio grattugiato, sale, pepe e noce moscata. Aggiungete un giro d’olio.
    4. Componete la torta: Stendete la pasta in due dischi (uno leggermente più grande). Foderate una teglia unta con il disco più grande, versate il ripieno, livellatelo e coprite con il secondo disco. Sigillate bene i bordi. Bucherellate la superficie con una forchetta.
    5. Cuocete: In forno statico a 180°C per circa 30-40 minuti, finché la superficie non è dorata.

    Come servirla: Tiepida o a temperatura ambiente, magari con un bicchiere di Vernaccia di San Gimignano o un Rosato di Sangiovese .

    🍝 2. Risotto con erbe spontanee e aglio selvatico

    Questa è una ricetta moderna ma fedele allo spirito contadino: un piatto unico che profuma di campagna e si prepara con quello che si è trovato passeggiando .

    Ingredienti (per 4 persone):

    • 300 g di riso Carnaroli
    • Un bel mazzetto di erbe miste (ortica, tarassaco, borragine, malva)
    • 4 bulbilli di aglio selvatico (o 2 cipollotti freschi) 
    • Brodo vegetale caldo q.b.
    • 50 g di formaggio stagionato (pecorino o parmigiano)
    • Una noce di burro
    • Olio extravergine d’oliva
    • Sale e pepe

    Procedimento:

    1. Pulite le erbe, lessatele per 5 minuti in acqua bollente, scolatele, strizzatele e tritatele grossolanamente .
    2. Tritate finemente l’aglio selvatico e fatelo appassire in padella con un filo d’olio (non deve bruciare).
    3. Aggiungete le erbe tritate e fate insaporire per 2-3 minuti.
    4. Aggiungete il riso, tostatelo per un paio di minuti, quindi iniziate a bagnarlo con il brodo caldo, un mestolo alla volta.
    5. Quando il riso è cotto (18-20 minuti circa), mantecate fuori dal fuoco con burro e formaggio grattugiato.
    6. Servite caldo, con una macinata di pepe.

    Vino consigliato: Un bianco strutturato come il Vernaccia di San Gimignano o un Vermentino della Costa Toscana.

    🥟 3. Gnudi alle erbe spontanee (gli “gnudi verdi”)

    Lo gnudo (o malfatto) è un classico della Maremma toscana e del Senese: un “raviolo senza la sfoglia”, fatto solo di ripieno. Ricotta e spinaci sono la versione classica, ma con le erbe spontanee di maggio si raggiunge un livello superiore .

    Ingredienti (per 4 persone):

    • 300 g di erbe spontanee (borragine, tarassaco, bietola selvatica, ortica) 
    • 250 g di ricotta (meglio se di pecora)
    • 1 uovo
    • 100 g di parmigiano o pecorino grattugiato
    • Farina 00 q.b. (circa 100-150 g)
    • Noce moscata, sale, pepe
    • Burro e salvia per il condimento (o burro fuso e salvia)

    Procedimento:

    1. Lessate le erbe per 5 minuti, scolate e strizzate benissimo. Frullatele o tritatele finemente con un coltello .
    2. In una ciotola, mescolate le erbe con la ricotta, l’uovo, il formaggio grattugiato, la noce moscata, sale e pepe.
    3. Aggiungete la farina un po’ alla volta fino a ottenere un composto asciutto ma lavorabile (dovrete formare delle palline senza che si attacchino alle mani).
    4. Prelevate un cucchiaio di impasto, formate una pallina e passatela leggermente nella farina. Ripetete fino a esaurimento.
    5. In una pentola larga, portate a bollore acqua salata (o brodo vegetale, per un sapore più intenso ).
    6. Calate gli gnudi nell’acqua bollente: appena salgono a galla (dopo 2-3 minuti) sono cotti.
    7. Scolateli con una schiumarola e fateli saltare in padella con burro fuso e salvia (o burro e parmigiano).
    8. Servite subito.

    Vino consigliato: Un Chianti Classico giovane, o un Rosso di Montalcino .

    🥗 4. Borragine trifolata o in frittata (la ricetta della nonna)

    La borragine, con le sue foglie ruvide e i suoi fiori azzurri, è probabilmente l’erba spontanea più amata in Toscana . La ricetta più semplice? “Trifolata” in padella con aglio, olio e peperoncino, magari da aggiungere a un minestrone o da usare come contorno.

    Ingredienti:

    • Foglie di borragine (quante ne avete raccolte)
    • 2 spicchi d’aglio
    • Olio extravergine d’oliva
    • Peperoncino (opzionale)
    • Sale

    Procedimento:

    1. Lavate bene le foglie di borragine. Scottatele in padella con un filo d’olio e l’aglio intero (o tritato) per 2-3 minuti .
    2. Aggiungete un mestolo d’acqua, coprite e lasciate cuocere a fuoco dolce per 5 minuti.
    3. Scoprite, alzate la fiamma e fate restringere l’acqua.
    4. Aggiustate di sale e servite.

    Variante frittata: Sbattete 3-4 uova, unite la borragine già saltata in padella, mescolate e cuocete come una normale frittata.

    🍯 5. Un dolce che non ti aspetti: il miele di Sulla

    Non è un’erba che si mangia direttamente, ma merita una menzione speciale. A maggio, in Val d’Orcia, fiorisce la Sulla (Hedysarum coronarium) , una pianta erbacea spontanea che regala uno dei mieli più pregiati e delicati della Toscana .

    Il miele di Sulla è chiarissimo (quasi bianco), dal sapore dolce e floreale, con note erbacee. È perfetto per:

    • Colazione: spalmato su pane integrale o tostato
    • Formaggi: accompagnato con pecorino fresco o stagionato 
    • Piatti salati: in glassature per carni bianche o in vinaigrette per insalate gourmet
    • Dolci: per torte morbide o gelati artigianali

    Se lo trovate in un’azienda agricola durante una gita in Val d’Orcia, non lasciatelo lì .

    🧠 Ultimi consigli: come conservare le erbe spontanee

    Le erbe di maggio sono tante, ma la stagione è breve. Ecco come conservarle per averle tutto l’anno.

    • In frigorifero (pochi giorni): Avvolte in un canovaccio umido o in un sacchetto di carta.
    • Congelate: Lessatele per 2-3 minuti, scolatele, strizzatele e congelatele in porzioni. Ottime per ripieni e minestre.
    • Essiccate: Appese a mazzetti in luogo asciutto e ventilato. Le foglie essiccate (come quelle di malva o borragine) sono perfette per tisane.
    • Sott’olio: Come per i funghi, possono essere conservate sott’olio (dopo averle lessate e asciugate molto bene).

    ✨ Uscite, guardate in basso, e portate a casa la primavera

    Andare per erbe spontanee in Toscana è un atto di lentezza. Non serve andare lontano: basta uscire di casa con un cestino, un paio di forbici e la voglia di guardare con occhi diversi. Quello che sembrava solo “verde” diventa borragine, tarassaco, ortica. E cosa c’è di più toscano di trasformare una “erbaccia” in un piatto che profuma di casa, di nonna, di aprile che diventa maggio?

    Provateci. E poi sedetevi a tavola, magari all’aperto, con un bicchiere di Vernaccia e una fetta di Torta d’Erbi. Quella sì, che è la Toscana vera

  • La pecora in Toscana: dai pascoli dell’Appennino alla tavola, una storia di tradizione e sapore

    La pecora in Toscana: dai pascoli dell’Appennino alla tavola, una storia di tradizione e sapore

    C’è un filo invisibile che lega i pascoli ondulati della Maremma alle creste dell’Appennino, dalle colline del Chianti alle cave di tufo della Val d’Orcia. Questo filo è la pecora, animale che da millenni accompagna la storia della Toscana, nutrendola con la sua carne, il suo latte e persino la sua lana.

    Oggi vi racconto un viaggio (anzi, un assaggio) nella tradizione ovina toscana, tra razze antiche, formaggi DOP e ricette che profumano di casa e di pascoli.

    Le protagoniste: le pecore toscane

    Prima di parlare di cibo, conosciamo chi lo produce. La Toscana vanta un patrimonio di razze autoctone adattate ai territori più vari.

    L’Appenninica

    La regina indiscussa è l’Appenninica, una razza rustica che si è sviluppata lungo la dorsale appenninica . Un tempo allevata per latte, carne e lana, oggi è principalmente una pecora da carne. Ma è la sua adattabilità a renderla speciale: resiste a climi difficili e terreni impervi .

    La trovate in molte province: Arezzo, Firenze, Grosseto, Pisa, Siena… ma anche fuori Toscana . Curiosità: l’Appenninica ha tanti nomi locali come “Casentinese”, “pecora delle Crete”, “Senese” o “Toscana” . Ogni territorio l’ha fatta propria.

    La Massese

    La razza Massese è il tesoro della montagna pistoiese e delle Apuane. La riconoscete subito: vello grigio piombo, pelo nero lucido, occhi accesi e sporgenti, corna scure a spirale . Ha un pregio non da poco: partorisce tre volte in due anni, quindi dà latte in ogni stagione . Con il suo latte crudo si producono pecorini straordinari.

    Il formaggio simbolo: Pecorino Toscano DOP

    Non si può parlare di pecore in Toscana senza citare il re dei formaggi: il Pecorino Toscano DOP .

    Le sue radici affondano nei secoli. Nel 1400 se ne trova traccia come “cacio marzolino”, celebrato come miglior formaggio d’Italia e tra i preferiti di Lorenzo il Magnifico . Già allora sapevano riconoscere la qualità.

    Il Pecorino Toscano DOP è prodotto esclusivamente con latte di pecora intero proveniente dalla zona di produzione . La lavorazione segue metodi antichi: coagulazione a 33-38°C, rottura della cagliata (a nocciola per il tenero, a granoturco per il semiduro), sgrondo, salatura a secco o in salamoia, e infine stagionatura .

    Il risultato? Un formaggio dalla pasta bianco-paglierina, dal sapore delicato con una leggera vena piccante . La crosta è gialla con tonalità variabili .

    E qui arriva la versatilità. Il Pecorino Toscano DOP si consuma in mille modi:

    • Fresco: ottimo da tavola, con miele, marmellata o frutta fresca 
    • Stagionato: perfetto da grattugiare su ribollita, paste asciutte o secondi di carne 
    • In bruschetta: provatelo con fave e pomodorini su pane tostato 
    • Con le pere o i necci (le frittelle di castagna tipiche della Toscana) 

    Tre pecorini… anzi quattro

    In Toscana un pecorino non è solo un pecorino. Prendiamo la Montagna Pistoiese: qui con il latte crudo delle massesi si producono tre tipi di pecorino .

    Il fresco (stagiona 7-20 giorni): al naso è lattico, a tratti si avverte l’erba verde. In bocca è dolce, pastoso, con un vago finale di miele amaro. Una carezza.

    L’abbucciato (almeno 35 giorni): profumi più intensi tendenti all’animale. Il sapore è più ricco, complesso, con un finale lievemente di castagna. Più carattere.

    Il pecorino da asserbo (3 mesi – 1 anno): profumi leggermente pungenti che ricordano il Parmigiano stagionato. Finale piccante e sensazioni di pascolo e fieno . Da leccarsi i baffi.

    A questi aggiungiamo anche la ricotta e il ravaggiolo, latticini freschissimi dallo stesso latte .

    La carne di agnello: ricette della tradizione

    In Toscana l’agnello non è solo la carne della Pasqua. È tradizione quotidiana, soprattutto nelle zone di pastorizia come la Maremma e l’Appennino.

    Buglione d’agnello: la regina maremmana

    Partiamo dalla Maremma, con un piatto dal nome curioso: il buglione d’agnello. “Buglione” in dialetto maremmano significa “insieme di cose svariate, accozzaglia” . E in effetti è un piatto povero ma ricco di sapori.

    La ricetta tradizionale prevede una marinatura della carne di almeno 8 ore nel vino rosso con erbe aromatiche (salvia, rosmarino, alloro) . Poi si cuoce a lungo con verdure, pomodoro e altro vino. Si serve su fette di pane toscano tostato e strofinato con aglio .

    La storia? Si dice che in occasione di banchetti nobili, gli avanzi di carne venissero donati alla servitù. Le massaie mettevano tutto insieme – erbe, pomodoro, vino – e cuocevano finché la carne non si staccava dalle ossa . Oggi il buglione è protagonista di sagre a Capalbio Scalo e San Martino sul Flora .

    Agnello alla cacciatora

    Un classico della cucina toscana, più semplice ma altrettanto gustoso. L’agnello si rosola con aglio, rosmarino e salvia, si infarina leggermente, si sfuma con vino bianco e si cuoce lentamente. Il tocco segreto? Alla fine si aggiunge del trito di acciughe che sprigiona un sapore sorprendente .

    Agnello farcito alla toscana

    Piatto da domenica e da occasioni speciali. Si prende una spalla di agnello disossata, la si farcisce con un ripieno di salsiccia toscana, uovo, pane e prezzemolo, la si arrotola e lega, poi si cuoce in tegame con verdure e vino bianco . Ne vale la pena. Promesso.

    Agnello pilottato (o “steccato”)

    Altra perla della tradizione: cosciotti d’agnello disossati, farciti con un battuto di salvia, rosmarino, aglio e pancetta, poi avvolti nella pancetta e legati. Si cuoce in forno a 190°C, sfumando con vino . Si serve con il suo sugo filtrato e verdure di stagione. Vino consigliato? Un Brunello di Montalcino o un Barolo .

    Vini toscani da abbinare

    Con l’agnello toscano, il vino è d’obbligo. E in Toscana abbiamo l’imbarazzo della scelta:

    • Brunello di Montalcino: tannico, caldo, perfetto per carni saporite
    • Bolgheri Sassicaia: un must per l’agnello alla cacciatora 
    • Vino rosso toscano di buona struttura: va bene anche un Chianti Classico o un Morellino di Scansano

    Per il pecorino fresco, invece, un bianco fresco come il Vernaccia di San Gimignano. Per il pecorino stagionato, un rosso morbido come un Rosso di Montalcino.

    E per concludere: una bruschetta con pecorino fresco

    Se volete assaggiare la versatilità del pecorino in modo semplice, preparate questa bruschetta (presa dalla tradizione maremmana) :

    Ingredienti (per 4 persone):

    • 100 g di Pecorino Toscano DOP fresco
    • 400 g di pane ai cereali (o pane toscano)
    • 200 g di pomodorini
    • 500 g di fave fresche
    • Basilico, olio evo, sale

    Preparazione:

    1. Sgranate e sbollentate le fave per 10 minuti, poi frullatele con olio e sale per fare una mousse.
    2. Tagliate i pomodorini e marinate con olio, sale e basilico.
    3. Tagliate il pecorino a triangolini.
    4. Tostate il pane in padella con un filo d’olio.
    5. Componete: pane tostato, mousse di fave, pomodorini, triangoli di pecorino. Un filo d’olio e basilico fresco.

    Semplice, veloce, e racconta tutta la bontà della Toscana in un boccone.


    La pecora in Toscana non è solo un animale da allevamento. È un pezzo di storia, di cultura, di tradizione. Un patrimonio che sa di latte appena munto, di pecorino che si scioglie in bocca, di agnello che profuma di rosmarino e di caminetto acceso.

    E voi, avete mai assaggiato un vero pecorino toscano o un buglione maremmano? Raccontatemelo nei commenti. Alla prossima, e… buon appetito toscano!

  • Maggio in tavola in Toscana: i piatti, le ricette e i vini della primavera

    Maggio in tavola in Toscana: i piatti, le ricette e i vini della primavera

    C’è un modo per assaporare la Toscana che non passa solo attraverso i suoi paesaggi. È quello che si siede a tavola, segue il ritmo delle stagioni e rispetta quello che la terra offre in ogni momento dell’anno. E maggio, in questo senso, è un mese generoso.

    La natura esplode in colori e profumi, e la cucina toscana – che da sempre trasforma la semplicità in virtù – lo celebra con piatti che raccontano la primavera meglio di qualsiasi parola. Fave e pecorino, carciofi, asparagi selvatici, le prime ciliegie. E poi i grandi classici reinterpretati con le verdure di stagione, accompagnati dai vini giusti perché, come sanno bene i toscani, l’abbinamento è quasi più importante della ricetta stessa.

    Ecco una guida a cosa mettere in tavola (e nel calice) in questo mese di maggio.

    🌿 I protagonisti di maggio: cosa c’è di stagione

    La cucina toscana di maggio si riconosce dal colore: è verde, giallo e rosso. I protagonisti assoluti sono pochi e vanno rispettati nella loro semplicità.

    Fave e pecorino: l’antipasto perfetto

    Se c’è un abbinamento che profuma di campagna toscana in primavera, è quello tra fave fresche e pecorino. Le fave si sgranano a mano (un gesto quasi terapeutico), il pecorino si taglia a dadini, un filo d’olio extravergine, una spolverata di pepe. E il pranzo è servito .

    Si mangia così, direttamente sulla tavola, magari all’aperto, accompagnati da un bicchiere di Vernaccia di San Gimignano o da un Rosato di Sangiovese se la giornata è calda . Non serve altro. È un antipasto, uno spuntino, un rito.

    Consiglio pratico: Le fave si trovano fresche nei mercati contadini di Lucca, Pisa e Pistoia per tutto il mese di maggio. Sceglietele piccole e tenere, si mangiano con la buccia .

    Carciofi alla fiorentina

    I carciofi di maggio – le famose varietà “mamme” o “morellini” – danno il meglio di sé in questo periodo . La ricetta alla fiorentina è diversa da quella romana: niente pangrattato, solo un trito di aglio e prezzemolo, un filo d’olio, vino bianco e una cottura lenta in tegame.

    Ricetta dei Carciofi alla fiorentina :

    1. Pulite i carciofi: eliminate le foglie esterne più dure, tagliate le punte, pelate il gambo. Immergeteli subito in acqua e limone.
    2. Preparate il trito: aglio e prezzemolo finissimi, sale, pepe e olio.
    3. Farcite i carciofi: allargate le foglie con le dita e inserite il trito all’interno.
    4. Disponeteli a testa in giù in un tegame stretto. Aggiungete un giro d’olio sul fondo.
    5. Sfumate con vino bianco, lasciate evaporare, poi aggiungete acqua fino a metà altezza. Coprite e cuocete 25-30 minuti a fuoco dolce.

    Sono pronti quando il gambo è tenero e le foglie interne si staccano facilmente. Ottimi come contorno, ma anche come piatto unico leggero, con del pane toscano .

    I primi piatti della primavera: pici e pappardelle

    La pasta fresca toscana non ha stagione, ma i condimenti sì. A maggio si preparano pici all’aglione (l’aglione è più dolce dell’aglio comune, tipico della Valdichiana) e pappardelle con ragù primaverile .

    Pici all’aglione :

    • Ingredienti: farina di grano duro, acqua, sale per la pasta. Per il sugo: aglioni (cipolle rosse dolci), olio extravergine, peperoncino, pomodoro, pecorino grattugiato.
    • Preparazione: I pici si tirano a mano, arrotolando strisce di pasta sotto il palmo (ci vuole un po’ di pratica, ma il risultato è impagabile). Il sugo si prepara facendo soffriggere l’aglione tritato con olio e peperoncino, aggiungendo poi il pomodoro e lasciando insaporire per una ventina di minuti.
    • Segreto: I pici vanno cotti al dente e mantecati con il sugo e un po’ d’acqua di cottura. Pecorino grattugiato a volontà.

    Abbinamento consigliatoRosso di Montepulciano DOC o Morellino di Scansano, vini freschi e con la giusta acidità per reggere l’aglione senza coprirlo .

    🍷 La Bistecca alla fiorentina (se il tempo si fa caldo)

    Maggio è anche il mese in cui si comincia a pensare alle grigliate all’aperto. E la regina indiscussa è lei: la Bistecca alla fiorentina. Taglio alto di chianina (minimo 4-5 cm, rigorosamente con l’osso), cottura alla brace, dentro al sangue, condita solo con sale grosso a fine cottura .

    Attenzione: la vera fiorentina non si fa sulla piastra, non si cuoce oltre il sangue, non si mette olio a crudo. Solo brace, solo carne, solo sale .

    Abbinamento: Qui non si scherza. Brunello di Montalcino DOCG o Chianti Classico Riserva. Vini con tannino presente, struttura e personalità, capaci di “asciugare” la grassezza della carne e accompagnarne la succulenza senza sopraffarla .

    Se volete osare, anche un Bolgheri Sassicaia (per chi se lo può permettere) o un Carmignano fanno al caso vostro .

    🥣 Le zuppe? Sì, anche a maggio (ma rivisitate)

    Chi ha detto che le zuppe sono solo invernali? La ribollita e la pappa al pomodoro sono figlie del pane raffermo, e il pane raffermo – in una casa toscana che si rispetti – c’è sempre. A maggio si alleggeriscono un po’, si arricchiscono con le verdure primaverili, ma restano piatti iconici .

    Pappa al pomodoro: pane toscano sciapo (senza sale, perché storicamente il sale costava troppo), pomodoro maturo, aglio, basilico, olio extravergine. Si cuoce tutto insieme fino a ottenere una crema densa e profumata .

    • AbbinamentoVernaccia di San Gimignano DOCG – la sua sapidità e i suoi sentori di mela e mandorla bilanciano perfettamente l’acidità del pomodoro .

    Ribollita: cavolo nero, fagioli cannellini, pane raffermo, verdure miste. “Ribollita” perché si cuoce, si lascia riposare, si ribolle il giorno dopo: è sempre più buona .

    • AbbinamentoChianti Classico DOCG – il suo equilibrio tra freschezza, tannino e note di ciliegia e spezie si sposa con la dolcezza delle verdure e la rusticità del piatto .

    🍰 I dolci di maggio: cantucci e Vin Santo (ma non solo)

    Finire un pasto toscano senza un dolce è quasi un peccato. A maggio, con le prime ciliegie di Lari che fanno capolino sui banchi del mercato, si può osare una crostata di ciliegie o una semplice macedonia profumata .

    Ma il grande classico resta il cantuccio (o cantuccini, che dir si voglia) con il Vin Santo. Il rito è preciso: si prende il biscotto, lo si immerge nel vino dolce, lo si lascia inzuppare quel tanto che basta, e poi si assapora .

    AbbinamentoVin Santo del Chianti Classico – note di mandorla, miele e caramello, l’acidità giusta per non essere stucchevole .

    Se siete in provincia di Siena, provate anche i ricciarelli (mandorle, zucchero, albume) o il panforte, più autunnale ma sempre gradito .

    📖 Tabella riassuntiva: piatti e abbinamenti di maggio

    PiattoOccasioneVino consigliatoAlternativa
    Fave e pecorinoAntipasto / AperitivoVernaccia di San GimignanoRosato di Sangiovese
    Carciofi alla fiorentinaContorno / Piatto unicoChianti Colli SenesiBianco sapido
    Pici all’aglionePrimo piattoRosso di Montepulciano DOCMorellino di Scansano
    RibollitaZuppa (anche a maggio)Chianti Classico DOCGBarbera d’Asti
    Pappa al pomodoroZuppaVernaccia di San GimignanoPinot Grigio
    Bistecca alla fiorentinaSecondoBrunello di MontalcinoBolgheri Rosso
    Cantucci e Vin SantoDessertVin Santo del ChiantiSauternes

    ✨ Un’idea in più: il pesto di aglio orsino

    Se volete stupire i vostri ospiti con un piatto raffinato e strettamente legato al territorio, provate i Pici con pesto d’aglio orsino, tartufi di mare, mela verde e mandorle. L’aglio orsino cresce sulle Alpi Apuane proprio a maggio-giugno, e il suo sapore è più delicato dell’aglio comune .

    La ricetta completa è complessa (richiede tartufi di mare freschissimi, che si aprono a crudo come le ostriche), ma il risultato – raccontano gli chef – è un omaggio alla Versilia che unisce montagna e mare in un abbraccio di sapori .

    🍽️ Per concludere: maggio si mangia (e si beve) così

    La cucina toscana di maggio non cerca la complicazione. Cerca la verità degli ingredienti, il rispetto della stagione, la gioia di condividere un pasto all’aperto con un bicchiere di vino davanti.

    Le fave si sgranano chiacchierando, i carciofi si puliscono con calma, i pici si tirano a mano come insegnavano le nonne. E alla fine, quando il piatto è vuoto e il calice anche, ci si accorge che forse – in fondo – la felicità è proprio questa: un tavolo, la primavera, la Toscana.

  • A Tavola con “Sua Maestà” il Baccello: Il Rito di Primavera in Toscana

    A Tavola con “Sua Maestà” il Baccello: Il Rito di Primavera in Toscana

    Se esiste un profumo che annuncia ufficialmente l’arrivo della primavera in Toscana, non è quello delle rose o dei gelsomini, ma quello pungente e fresco dei baccelli appena sgranati.

    Per chi non è toscano, il “baccello” è semplicemente la fava fresca. Ma per noi, il baccello è molto di più: è il simbolo delle scampagnate di Pasquetta, delle merende improvvisate in giardino e di una tradizione contadina che non accenna a sbiadire.


    Il Matrimonio Perfetto: Baccelli e Pecorino

    In Toscana, il baccello non viaggia mai da solo. Il suo compagno di vita ideale è il Pecorino Toscano DOP, preferibilmente “fresco” o “semistagionato”.

    • Il contrasto: La dolcezza leggermente amarognola e la consistenza croccante del baccello crudo si sposano divinamente con la sapidità morbida e lattiginosa del formaggio.
    • Il rito: Non servono forchette. Si sta a tavola, si sgrana il baccello con le mani (sporcandosi le dita con quel tipico verde scuro), si recuperano i semi e si mangiano insieme a una fetta di pecorino e a un pezzo di pane toscano sciocco (senza sale).

    Come Scegliere il Baccello Perfetto al Mercato

    Non tutti i baccelli sono uguali. Per una merenda da re, ecco cosa controllare sui banchi del mercato ad aprile:

    1. Il Colore: Deve essere di un verde brillante, quasi lucido. Se vedi macchie scure o tonalità giallastre, lasciali stare.
    2. Il Suono: Prendi un baccello e piegalo leggermente. Deve fare un “clac” netto, segno di freschezza e turgore. Se si piega senza rompersi, è vecchio.
    3. La Dimensione: I più buoni sono quelli medi. Quelli troppo grandi spesso nascondono semi farinosi e con la “buccia” dura.

    Non solo crudi: Il Baccello in Cucina

    Sebbene il modo migliore per gustarli sia “al naturale”, i baccelli sono protagonisti di ricette storiche:

    • La Garmugia: Una zuppa lucchese raffinatissima che mette insieme tutto il meglio della primavera: baccelli, piselli, carciofi e asparagi selvatici.
    • Baccelli in umido: Saltati in padella con un soffritto di aglio, pancetta (o rigatino) e un pizzico di pomodoro. Un contorno che sa di casa.
    • L’uso delle bucce: I veri risparmiatori toscani non buttano nulla. Le bucce dei baccelli più teneri, una volta private del filamento coriaceo, possono essere bollite e poi ripassate in padella con aglio e peperoncino. Sorprendenti!

    Il Vino Giusto

    Con un piatto così semplice e fresco, serve un vino che non sovrasti i sapori. Un Vermentino della Costa Toscana o un Trebbiano vivace sono l’ideale. Se preferite il rosso, restate su un Chianti d’annata giovane e leggermente fresco di cantina.


    La Curiosità: Perché si dice “Prendere un baccello”?

    In Toscana, l’espressione “prendere un baccello” non ha nulla a che fare con la cucina: significa prendere un granchio, commettere un errore grossolano o, più comunemente, prendere una bella sbronza o un raffreddore improvviso. Ma a tavola, l’unico baccello che vogliamo prendere è quello più verde e croccante del cesto!

  • Pappardelle alla Lepre e al Cinghiale: L’Essenza della Caccia in Tavola

    Pappardelle alla Lepre e al Cinghiale: L’Essenza della Caccia in Tavola

    Se la Toscana avesse un sapore selvaggio, saprebbe di pasta all’uovo tirata a mano e di ragù di cacciagione. Le pappardelle alla lepre e al cinghiale non sono solo piatti: sono simboli di un legame viscerale tra l’uomo e il bosco, un rito che si tramanda da generazioni nelle case coloniche e nelle locande di provincia.


    Cenni Storici: Dalle Mense Nobili alle Trattorie

    Il termine “pappardella” deriva dal verbo dialettale toscano “pappare” (mangiare con gioia e voracità). Già nel XVI secolo, cuochi famosi come lo Scappi ne parlavano, ma è nell’Ottocento che la combinazione con la selvaggina si consacra.

    • La Lepre: Era il piatto delle grandi occasioni, spesso cucinato “in dolceforte” (con cioccolato e canditi) nelle corti, per poi evolvere nel ragù ricco e profumato che conosciamo oggi.
    • Il Cinghiale: Re incontrastato della Maremma e del Senese, rappresenta la cucina di resistenza e di sostanza, dove la marinatura lunga era necessaria per “domare” la forza della carne selvatica.

    La Ricetta Tradizionale (Base Ragù)

    Sebbene le carni siano diverse, il procedimento per un ragù toscano d’eccellenza segue passaggi simili.

    Ingredienti (per 4 persone):

    • Pasta: 400g di pappardelle all’uovo (larghe almeno 2-3 cm).
    • Carne: 500g di polpa di lepre o cinghiale (tagliata al coltello, mai macinata!).
    • Per la marinatura: Vino rosso corposo, bacche di ginepro, alloro, pepe in grani.
    • Soffritto: Sedano, carota, cipolla, aglio, rosmarino e salvia.
    • Base: Concentrato di pomodoro, brodo di carne, olio EVO toscano.

    Procedimento:

    1. La Marinatura (Cruciale): Lascia la carne a cubetti nel vino con le spezie per almeno 12 ore (per il cinghiale anche 24). Questo elimina il sentore “selvatico” troppo forte.
    2. Il Soffritto: Scotta la carne in padella per fargli perdere l’acqua di marinatura, poi buttala. In una casseruola di coccio, fai soffriggere gli odori tritati finemente nell’olio.
    3. La Cottura Lenta: Aggiungi la carne, sfuma con vino rosso nuovo e aggiungi il pomodoro. Copri e lascia sobbollire a fuoco lentissimo (“pipare”) per almeno 3-4 ore, aggiungendo brodo all’occorrenza.
    4. Il Matrimonio: Cuoci le pappardelle al dente e saltale direttamente nel sugo, aggiungendo un mestolo di acqua di cottura per legare il tutto.

    Come, Dove e Quando Gustarle

    Quando:

    L’autunno e l’inverno sono le stagioni d’elezione per la caccia, ma in Toscana queste paste si trovano tutto l’anno. Ad aprile, gustarle in una giornata di pioggia o in una fresca serata collinare ha ancora un fascino imbattibile.

    Dove:

    • Maremma: Per il cinghiale più autentico, servito in porzioni generose.
    • Chianti e Val d’Orcia: Per le versioni più raffinate di lepre, spesso arricchite con bacche di ginepro fresche.
    • Sagre: Cerca la Sagra del Cinghiale (famosa quella di Chianni) o della Lepre per un’esperienza popolare e verace.

    Come:

    La pappardella deve essere ruvida. Il ragù deve “aggrapparsi” alla pasta, non scivolare via. Niente formaggio grattugiato se il sugo è molto saporito, o al massimo un velo di Pecorino Toscano stagionato.


    L’Abbinamento Perfetto

    Un piatto così strutturato richiede un vino che sappia reggere il confronto.

    • Per il Cinghiale: Un Brunello di Montalcino o un Bolgheri Superiore. Servono tannini decisi per pulire la bocca dalla grassezza del sugo.
    • Per la Lepre: Un Chianti Classico Riserva. La lepre è leggermente più delicata e aromatica; l’eleganza del Sangiovese ne esalta le note speziate senza coprirle.

  • A Tavola per Pasqua: Viaggio tra i Sapori Autentici della Tradizione Toscana

    A Tavola per Pasqua: Viaggio tra i Sapori Autentici della Tradizione Toscana

    In Toscana, la Pasqua non è solo una ricorrenza religiosa; è il momento in cui la cucina celebra il passaggio definitivo dall’inverno alla primavera. È una festa di contrasti, dove i sapori decisi della carne incontrano la freschezza delle prime verdure dell’orto e la dolcezza dei lievitati fatti in casa.

    Se vuoi festeggiare una Pasqua “DOC”, ecco i piatti che non possono assolutamente mancare sulla tua tavola.


    🥚 L’Antipasto: Benedizione e Semplicità

    Il pranzo di Pasqua inizia tradizionalmente con l’Uovo Benedetto. Un tempo portate in chiesa per la funzione del sabato, le uova sode vengono consumate a colazione o come apertura del pranzo, spesso accompagnate dal Salame Toscano (quello con i cubetti di grasso ben visibili) o dalla Finocchiona.

    • Il consiglio del local: Accompagna il tutto con la Schiacciata di Pasqua (nella versione salata o poco dolce) e un bicchiere di Vin Santo secco.

    🥣 I Primi Piatti: La Pasta è un’Arte

    Sebbene la lasagna sia diffusa, la vera Pasqua toscana parla il linguaggio del territorio:

    • Pappardelle alla Lepre o al Cinghiale: Per chi ama i sapori forti della cacciagione.
    • Tortelli di Patate (Mugello): Grandi, quadrati e ripieni di un impasto morbido di patate lesse, aglio e prezzemolo. Si condiscono rigorosamente con un ragù di carne generoso.
    • Crespelle alla Fiorentina: Sottili “crêpes” ripiene di ricotta e spinaci, ricoperte di besciamella e gratinate in forno. L’eleganza nel piatto.

    🍖 Il Re del Pranzo: L’Agnello

    Non esiste Pasqua in Toscana senza l’agnello (o il “buglioncello” in alcune zone). La carne deve essere tenera e profumata con gli aromi della macchia mediterranea.

    1. Agnello Arrosto: Cotto in forno con abbondante rosmarino, aglio e le immancabili patate novelle.
    2. Agnello Scottadito: Per chi preferisce la cottura alla brace.
    3. Fricassea di Agnello: Una versione più “cremosa” dove i pezzetti di carne vengono saltati in padella e legati alla fine con un’emulsione di tuorlo d’uovo e limone. Un sapore antico che conquista ancora oggi.

    🥬 Il Contorno: L’Inno alla Primavera

    Accanto alla carne, trionfano i Carciofi Fritti (tagliati a spicchi sottili, passati nella pastella e fritti nell’olio buono) e i Baccelli (fave fresche). Mangiare i baccelli direttamente dal baccello, accompagnandoli con un pezzetto di Pecorino Toscano DOP, è il gesto che chiude ogni pranzo pasquale che si rispetti.


    🍰 I Dolci: Lievito e Profumo d’Anice

    Se la Colomba è ormai ovunque, la Toscana risponde con i suoi tesori storici:

    • Schiacciata di Pasqua (Livornese/Pisana): Non farti ingannare dal nome, non è salata! È un dolce a lunghissima lievitazione (fino a 30 ore) profumato con semi d’anice, scorza d’arancia e liquori. Ha una consistenza simile al panettone ma un gusto molto più rustico e aromatico.
    • Pasimata (Garfagnana): Simile alla schiacciata ma spesso arricchita con uvetta.
    • Pan di Ramerino: Piccoli panini dolci all’olio d’oliva con uvetta e rosmarino fresco, tipici del periodo quaresimale e della Settimana Santa.

    🍷 Il tocco finale

    Qualunque sia il tuo menu, ricordati che la Pasqua toscana richiede un rosso di corpo: un Chianti Classico o un Bolgheri sono i compagni ideali per l’agnello, mentre un Vin Santo del Chianti è l’unico modo legale per concludere in bellezza con i dolci.

  • Festa del Papà in Toscana: La Tradizione della ‘Brigidino’ e Cosa Fare

    Festa del Papà in Toscana: La Tradizione della ‘Brigidino’ e Cosa Fare

    Il 19 marzo, in Italia, si celebra la Festa del Papà, in coincidenza con la ricorrenza di San Giuseppe. Se in molte regioni questa giornata è associata a dolci tipici come le zeppole o le frittelle, la Toscana vanta una tradizione tutta sua, legata a un piccolo e fragrante tesoro: il brigidino. Un dolce semplice ma ricco di storia, perfetto da regalare o da gustare insieme in una gita fuori porta alla scoperta delle sue origini.

    Un “Trastullo Speciale” nato per errore

    I brigidini sono sottili e friabili cialde dal caratteristico colore giallo-arancio e dall’inconfondibile profumo di anice . Pellegrino Artusi, nel suo celebre ricettario “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, li definì un “trastullo speciale alla Toscana” , sottolineando come fossero onnipresenti nelle fiere e nelle feste di campagna, cotti in pubblico davanti agli occhi golosi dei passanti .

    La loro origine è avvolta in una leggenda che profuma di convento. Sembra che verso la metà del Cinquecento, nel convento delle monache brigidine devote a Santa Brigida di Svezia, situato nell’area di Lamporecchio (in provincia di Pistoia), una suora intenta a preparare le ostie per la comunione commise un “errore” fortunato . All’impasto di farina e acqua, forse per sbaglio o forse per creare una nuova dolcezza, aggiunse uova, zucchero e semi di anice. Le sottili cialde ottenute cuocendo quel composto nelle stesse tenaglie di ferro usate per le ostie riscossero subito un grande successo, tanto da prendere il nome dalle loro inventrici: le monache brigidine, appunto .

    Dai corbelli di vimini ai sacchetti di oggi

    In passato, i “brigidinai” (gli ambulanti specializzati) trasportavano questi delicati dolci in caratteristici corbelli di vimini, poi sostituiti da contenitori di zinco per preservarne la fragranza . Oggi, la preparazione è spesso affidata a macchinari che richiamano l’antica tecnica: una “giostra” che riscalda e pressa le piastre metalliche, sfornando cialde ancora calde e morbide, che si induriscono raffreddandosi e assumendo la tipica forma leggermente curva . Il risultato è quel famoso sacchetto di plastica lungo e stretto che ancora oggi vediamo in tutte le fiere, i mercati e i luna park della Toscana .

    La tradizione dei brigidini è così radicata che il dolce ha ottenuto il riconoscimento di Prodotto Agroalimentare Tradizionale (P.A.T.) della Toscana, certificando il suo legame indissolubile con il territorio di Lamporecchio e dintorni .

    Cosa fare il 19 marzo: un itinerario sulle tracce del brigidino

    La Festa del Papà è l’occasione perfetta per trasformare un semplice omaggio in una gita esperienziale. Ecco come trascorrere la giornata all’insegna del gusto e della scoperta.

    Mattina: Pellegrinaggio a Lamporecchio, la “patria del brigidino”

    Il nostro consiglio è di partire alla volta di Lamporecchio, un borgo sulle splendide colline del Montalbano, in provincia di Pistoia. È qui che la storia dei brigidini ha avuto inizio .

    • Visita ai produttori storici: Approfittate per acquistare i brigidini direttamente dalla fonte. Cercate realtà storiche come la Pasticceria Carli (Via Gramsci 31), che dal lontano 1874 produce artigianalmente queste cialde, o l’azienda Rinati (Via del Pino 20), un’altra famiglia che ha contribuito a tramandare la tradizione . Qui potrete trovare brigidini freschissimi, spesso preparati ancora con metodi che uniscono artigianalità e piccola produzione.
    • Caccia al laboratorio artigianale: Passeggiando per il paese, tenete gli occhi aperti: potreste imbattervi in qualche piccola bottega o laboratorio dove i brigidinai sono all’opera. Acquistare un sacchetto ancora caldo, appena sfornato, è un’esperienza sensoriale unica.

    Pranzo: Un picnic o un pranzo tipico

    Le colline intorno a Lamporecchio offrono scorci meravigliosi. Potete organizzare un picnic con prodotti locali (ottimi salumi, formaggi e pane toscano) e concludere il pasto, naturalmente, con i vostri brigidini.
    In alternativa, il territorio offre diverse trattorie e agriturismi dove gustare la cucina tradizionale pistoiese.

    Pomeriggio: Scoperta del Montalbano

    Dopo pranzo, dedicatevi alla scoperta di questa area suggestiva, ricca di storia e natura.

    • Vinci: A pochissimi chilometri da Lamporecchio si trova Vinci, il borgo natale di Leonardo. Potete visitare la casa natale e il museo interattivo dedicato al genio rinascimentale.
    • Castelli e pievi: Il Montalbano è costellato di borghi medievali, antiche pievi e castelli (come il Castello di Larciano) che offrono viste panoramiche mozzafiato sulla Toscana.
    • Passeggiate: Se il tempo è bello, una camminata tra gli olivi e i vigneti di questa zona è l’ideale per smaltire il pranzo e godersi i primi veri tepori primaverili.

    Merenda: Brigidini e Vin Santo

    Rientrati a casa, per festeggiare il papà nel modo più toscano possibile, servite i brigidini accompagnati da un buon bicchiere di Vin Santo . L’abbinamento tra la dolcezza e la croccantezza della cialda all’anice con il vino dolce è semplicemente perfetto. Se preferite, potete gustarli anche con una crema o accanto a un gelato .

    La ricetta per farli a casa

    Se non potete raggiungere Lamporecchio, perché non cimentarvi nella preparazione casalinga? Sarà un regalo fatto col cuore. Ecco una ricetta semplice ispirata alla tradizione .

    Ingredienti:

    • 250 g di farina 00
    • 240 g di zucchero a velo
    • 3 uova medie
    • 1 cucchiaio di liquore all’anice (o semi di anice tritati)
    • 1 pizzico di sale

    Preparazione:

    1. In una ciotola, sbattete le uova con lo zucchero a velo e un pizzico di sale fino ad ottenere un composto spumoso.
    2. Aggiungete il liquore all’anice e mescolate.
    3. Incorporate la farina poco alla volta, continuando a mescolare per evitare grumi. Dovrete ottenere una pastella liscia e abbastanza densa .
    4. Scaldate bene una cialdiera (se non l’avete, va bene anche una piastra antiaderente o una padella dal fondo spesso).
    5. Versate un cucchiaio di impasto al centro della piastra calda, chiudete e schiacciate leggermente. Se usate una padella, potete stendere l’impasto con il dorso di un cucchiaio o pressarlo con un foglio di carta forno e un altro tegame .
    6. Cuocete per 1-2 minuti per lato, fino a quando la cialda non diventa dorata.
    7. Appena tolta dalla piastra, la cialda è morbida: potete lasciarla piatta o, se volete imitare la forma tradizionale, curvarla leggermente appoggiandola su un mattarello o sul bordo di un bicchiere per farla raffreddare in forma arcuata .
    8. Lasciate raffreddare completamente su una gratella. Diventeranno croccanti.

    Conservateli in una scatola di latta: rimarranno fragranti per diverse settimane… se non finiscono prima! .

    Auguri a tutti i papà, e buona Festa con un sorriso croccante e profumato di Toscana!